DEUS CARITAS EST

un secolo di magistero e la nascita e lo sviluppo dello stato sociale. Riflessioni e osservazioni per uno sguardo al futuro
roby noris
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DEUS CARITAS EST

Messaggioda roby noris » mar gen 24, 2006 7:57 pm

Deus caritas est
la nuova, la prima, enciclica di Benedetto XVI esce domani.
Qualche anticipazione dall'agenzia Zenit


Con la sua enciclica, il Papa vuole recuperare il significato della parola amore
Presenta “Dio è amore” nel congresso sulla carità celebrato in Vaticano

CITTA’ DEL VATICANO, lunedì, 23 gennaio 2006 (ZENIT.org).- Con la sua prima enciclica “Deus caritas est” (“Dio è amore”), Benedetto XVI vuole recuperare il significato della parola amore, come ha spiegato egli stesso questo lunedì intervenendo ad un congresso celebrato in Vaticano sulla carità.

“La parola ‘amore’ oggi è così sciupata, così consumata e abusata che quasi si teme di lasciarla affiorare sulle proprie labbra”, ha constatato il Papa spiegando i punti fondamentali di questo documento che verrà pubblicato il 25 gennaio.

“Eppure è una parola primordiale – ha aggiunto –, espressione della realtà primordiale; noi non possiamo semplicemente abbandonarla, ma dobbiamo riprenderla, purificarla e riportarla al suo splendore originario, perché possa illuminare la nostra vita e portarla sulla retta via”.

“È stata questa consapevolezza che mi ha indotto a scegliere l'amore come tema della mia prima Enciclica”, ha detto il Papa lasciando spazio alle confidenze sull’atteso documento programmatico di questo pontificato ricevendo i rappresentanti all’incontro promosso dal Pontificio Consiglio “Cor Unum” sul tema “Ma di tutte più grande è la carità” (1 Cor 13,13).

Il Vescovo di Roma ha dedicato il suo lungo discorso, pronunciato in italiano, a presentare le linee fondamentali del primo grande documento magisteriale del suo pontificato, in cui “i temi ‘Dio’, ‘Cristo’ e ‘Amore’ sono fusi insieme come guida centrale della fede cristiana”.

L’enciclica, come ha indicato il suo autore, vuole “dare risalto alla centralità della fede in Dio – in quel Dio che ha assunto un volto umano e un cuore umano. La fede non è una teoria che si può far propria o anche accantonare. È una cosa molto concreta: è il criterio che decide del nostro stile di vita”.

“In un'epoca nella quale l'ostilità e l'avidità sono diventate superpotenze – ha sottolineato il Santo Padre –, un'epoca nella quale assistiamo all'abuso della religione fino all'apoteosi dell'odio, la sola razionalità neutra non è in grado di proteggerci. Abbiamo bisogno del Dio vivente, che ci ha amati fino alla morte”.

La lettera papale, che dovrebbe avere circa cinquanta pagine ed essere quindi più breve di quelle di Giovanni Paolo II, analizza l’amore di attrazione, l’“eros”, per constatare che anche questo ha la sua origine nella bontà del Creatore.

Questo “eros”, ha aggiunto, è chiamato a trasformarsi in “agape”: è allora che “l'amore per l'altro non cerca più se stesso, ma diventa preoccupazione per l'altro, disposizione al sacrificio per lui e apertura anche al dono di una nuova vita umana”.

“L'‘agape’ cristiana, l'amore per il prossimo nella sequela di Cristo non è qualcosa di estraneo, posto accanto o addirittura contro l'‘eros’; anzi, nel sacrificio che Cristo ha fatto di sé per l'uomo ha trovato una nuova dimensione che, nella storia della dedizione caritatevole dei cristiani ai poveri e ai sofferenti, si è sviluppata sempre di più”.

Per questo motivo, la seconda parte dell’enciclica è consacrata, come ha annunciato il Papa, alla carità ecclesiale, alle organizzazioni caritative nella Chiesa.

“Questa attività, oltre al primo significato molto concreto dell'aiutare il prossimo, possiede essenzialmente anche quello del comunicare agli altri l'amore di Dio, che noi stessi abbiamo ricevuto. Essa deve rendere in qualche modo visibile il Dio vivente”, ha affermato.

“Dio e Cristo nell'organizzazione caritativa non devono essere parole estranee; esse in realtà indicano la fonte originaria della carità ecclesiale. La forza della Caritas dipende dalla forza della fede di tutti i membri e collaboratori”, ha concluso.
ZI06012308

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L’influenza del Paradiso di Dante sulla prima enciclica di Benedetto XVI
Come egli stesso riconosce presentando i contenuti del documento

CITTA’ DEL VATICANO, lunedì, 23 gennaio 2006 (ZENIT.org).- La prima enciclica di Benedetto XVI, “Deus caritas est”, si ispira al “Paradiso” di Dante, come ha confessato il Santo Padre stesso questo lunedì.

Incontrando i partecipanti ad un congresso organizzato dal Pontificio Consiglio “Cor Unum”, il Pontefice ha affermato che la visione del poeta è stata decisiva per cercare di recuperare il vero significato della parola amore.

“L'escursione cosmica, in cui Dante nella sua ‘Divina Commedia’ vuole coinvolgere il lettore, finisce davanti alla Luce perenne che è Dio stesso, davanti a quella Luce che al contempo è ‘l’amor che move il sole e l’altre stelle’”, ha affermato il Papa citando la fine del Paradiso (XXXIII, v. 145).

“Luce e amore sono una sola cosa. Sono la primordiale potenza creatrice che muove l'universo. Se queste parole del Paradiso di Dante lasciano trasparire il pensiero di Aristotele, che vedeva nell'eros la potenza che muove il mondo, lo sguardo di Dante tuttavia scorge una cosa totalmente nuova ed inimmaginabile per il filosofo greco”, ha riconosciuto.

“Non soltanto che la Luce eterna si presenta in tre cerchi ai quali egli si rivolge con quei densi versi che conosciamo: ‘O luce etterna che sola in te sidi, / sola t'intendi, e da te intelletta / e intendente te ami a arridi!’”, ha detto citando i vv. 124-126.

“In realtà, ancora più sconvolgente di questa rivelazione di Dio come cerchio trinitario di conoscenza e amore è la percezione di un volto umano – il volto di Gesù Cristo – che a Dante appare nel cerchio centrale della Luce”, ha proseguito.

“Dio, Luce infinita il cui mistero incommensurabile il filosofo greco aveva intuito, questo Dio ha un volto umano e – possiamo aggiungere – un cuore umano”.

“In questa visione di Dante si mostra, da una parte, la continuità tra la fede cristiana in Dio e la ricerca sviluppata dalla ragione e dal mondo delle religioni; al contempo, però, appare anche la novità che supera ogni ricerca umana – la novità che solo Dio stesso poteva rivelarci: la novità di un amore che ha spinto Dio ad assumere un volto umano, anzi ad assumere carne e sangue, l'intero essere umano”, ha continuato il Santo Padre.

“L'eros di Dio non è soltanto una forza cosmica primordiale; è amore che ha creato l'uomo e si china verso di lui, come si è chinato il buon Samaritano verso l'uomo ferito e derubato, giacente al margine della strada che scendeva da Gerusalemme a Gerico”, ha aggiunto.

Scrivendo l’enciclica, secondo quanto ha confessato, il Papa voleva “tentare di esprimere per il nostro tempo e per la nostra esistenza qualcosa di quello che Dante nella sua visione ha ricapitolato in modo audace”.

“Egli narra di una ‘vista’ che ‘s’avvalorava’ mentre egli guardava e lo mutava interiormente” (cfr. Par., XXXIII, vv. 112-114).

“Si tratta proprio di questo: che la fede diventi una visione-comprensione che ci trasforma”, ha affermato. “Era mio desiderio di dare risalto alla centralità della fede in Dio – in quel Dio che ha assunto un volto umano e un cuore umano”.

“La fede non è una teoria che si può far propria o anche accantonare. È una cosa molto concreta: è il criterio che decide del nostro stile di vita. In un'epoca nella quale l'ostilità e l'avidità sono diventate superpotenze, un'epoca nella quale assistiamo all'abuso della religione fino all'apoteosi dell'odio, la sola razionalità neutra non è in grado di proteggerci. Abbiamo bisogno del Dio vivente, che ci ha amati fino alla morte”.
ZI06012310

Benedetto XVI presenta l’enciclica “Dio è amore”
Intervenendo al congresso organizzato dal Pontificio Consiglio “Cor Unum”

CITTA’ DEL VATICANO, lunedì, 23 gennaio 2006 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il discorso rivolto questo lunedì da Benedetto XVI ai partecipanti all’incontro promosso dal Pontificio Consiglio “Cor Unum” sul tema “Ma di tutte più grande è la carità” (1 Cor 13,13).


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L'escursione cosmica, in cui Dante nella sua “Divina Commedia” vuole coinvolgere il lettore, finisce davanti alla Luce perenne che è Dio stesso, davanti a quella Luce che al contempo è "l'amor che move il sole e l'altre stelle" (Par. XXXIII, v. 145). Luce e amore sono una sola cosa. Sono la primordiale potenza creatrice che muove l'universo. Se queste parole del poeta lasciano trasparire il pensiero di Aristotele, che vedeva nell'eros la potenza che muove il mondo, lo sguardo di Dante tuttavia scorge una cosa totalmente nuova ed inimmaginabile per il filosofo greco. Non soltanto che la Luce eterna si presenta in tre cerchi ai quali egli si rivolge con quei densi versi che conosciamo: "O luce etterna che sola in te sidi, / sola t'intendi, e da te intelletta / e intendente te ami a arridi!" (Par., XXXIII, vv. 124-126). In realtà, ancora più sconvolgente di questa rivelazione di Dio come cerchio trinitario di conoscenza e amore è la percezione di un volto umano – il volto di Gesù Cristo – che a Dante appare nel cerchio centrale della Luce. Dio, Luce infinita il cui mistero incommensurabile il filosofo greco aveva intuito, questo Dio ha un volto umano e – possiamo aggiungere – un cuore umano. In questa visione di Dante si mostra, da una parte, la continuità tra la fede cristiana in Dio e la ricerca sviluppata dalla ragione e dal mondo delle religioni; al contempo, però, appare anche la novità che supera ogni ricerca umana – la novità che solo Dio stesso poteva rivelarci: la novità di un amore che ha spinto Dio ad assumere un volto umano, anzi ad assumere carne e sangue, l'intero essere umano. L'eros di Dio non è soltanto una forza cosmica primordiale; è amore che ha creato l'uomo e si china verso di lui, come si è chinato il buon Samaritano verso l'uomo ferito e derubato, giacente al margine della strada che scendeva da Gerusalemme a Gerico.

La parola "amore" oggi è così sciupata, così consumata e abusata che quasi si teme di lasciarla affiorare sulle proprie labbra. Eppure è una parola primordiale, espressione della realtà primordiale; noi non possiamo semplicemente abbandonarla, ma dobbiamo riprenderla, purificarla e riportarla al suo splendore originario, perché possa illuminare la nostra vita e portarla sulla retta via. È stata questa consapevolezza che mi ha indotto a scegliere l'amore come tema della mia prima Enciclica. Volevo tentare di esprimere per il nostro tempo e per la nostra esistenza qualcosa di quello che Dante nella sua visione ha ricapitolato in modo audace. Egli narra di una "vista" che "s’avvalorava" mentre egli guardava e lo mutava interiormente (cfr Par., XXXIII, vv. 112-114). Si tratta proprio di questo: che la fede diventi una visione-comprensione che ci trasforma. Era mio desiderio di dare risalto alla centralità della fede in Dio – in quel Dio che ha assunto un volto umano e un cuore umano. La fede non è una teoria che si può far propria o anche accantonare. È una cosa molto concreta: è il criterio che decide del nostro stile di vita. In un'epoca nella quale l'ostilità e l'avidità sono diventate superpotenze, un'epoca nella quale assistiamo all'abuso della religione fino all'apoteosi dell'odio, la sola razionalità neutra non è in grado di proteggerci. Abbiamo bisogno del Dio vivente, che ci ha amati fino alla morte.

Così, in questa Enciclica, i temi "Dio", "Cristo" e "Amore" sono fusi insieme come guida centrale della fede cristiana. Volevo mostrare l'umanità della fede, di cui fa parte l'eros – il "sì" dell'uomo alla sua corporeità creata da Dio, un "sì" che nel matrimonio indissolubile tra uomo e donna trova la sua forma radicata nella creazione. E lì avviene anche che l'eros si trasforma in agape – che l'amore per l'altro non cerca più se stesso, ma diventa preoccupazione per l'altro, disposizione al sacrificio per lui e apertura anche al dono di una nuova vita umana. L'agape cristiana, l'amore per il prossimo nella sequela di Cristo non è qualcosa di estraneo, posto accanto o addirittura contro l'eros; anzi, nel sacrificio che Cristo ha fatto di sé per l'uomo ha trovato una nuova dimensione che, nella storia della dedizione caritatevole dei cristiani ai poveri e ai sofferenti, si è sviluppata sempre di più.

Una prima lettura dell'Enciclica potrebbe forse suscitare l'impressione che essa si spezzi in due parti tra loro poco collegate: una prima parte teorica, che parla dell'essenza dell'amore, e una seconda che tratta della carità ecclesiale, delle organizzazioni caritative. A me però interessava proprio l'unità dei due temi che, solo se visti come un'unica cosa, sono compresi bene. Dapprima occorreva trattare dell'essenza dell'amore come si presenta a noi nella luce della testimonianza biblica. Partendo dall'immagine cristiana di Dio, bisognava mostrare come l'uomo è creato per amare e come questo amore, che inizialmente appare soprattutto come eros tra uomo e donna, deve poi interiormente trasformarsi in agape, in dono di sé all'altro – e ciò proprio per rispondere alla vera natura dell'eros. Su questa base si doveva poi chiarire che l'essenza dell'amore di Dio e del prossimo descritto nella Bibbia è il centro dell'esistenza cristiana, è il frutto della fede. Successivamente, però, in una seconda parte bisognava evidenziare che l'atto totalmente personale dell'agape non può mai restare una cosa solamente individuale, ma che deve invece diventare anche un atto essenziale della Chiesa come comunità: abbisogna cioè anche della forma istituzionale che s'esprime nell'agire comunitario della Chiesa. L'organizzazione ecclesiale della carità non è una forma di assistenza sociale che s'aggiunge casualmente alla realtà della Chiesa, un'iniziativa che si potrebbe lasciare anche ad altri. Essa fa parte invece della natura della Chiesa. Come al Logos divino corrisponde l'annuncio umano, la parola della fede, così all'Agape, che è Dio, deve corrispondere l'agape della Chiesa, la sua attività caritativa. Questa attività, oltre al primo significato molto concreto dell'aiutare il prossimo, possiede essenzialmente anche quello del comunicare agli altri l'amore di Dio, che noi stessi abbiamo ricevuto. Essa deve rendere in qualche modo visibile il Dio vivente. Dio e Cristo nell'organizzazione caritativa non devono essere parole estranee; esse in realtà indicano la fonte originaria della carità ecclesiale. La forza della Caritas dipende dalla forza della fede di tutti i membri e collaboratori.

Lo spettacolo dell'uomo sofferente tocca il nostro cuore. Ma l'impegno caritativo ha un senso che va ben oltre la semplice filantropia. È Dio stesso che ci spinge nel nostro intimo ad alleviare la miseria. Così, in definitiva, è Lui stesso che noi portiamo nel mondo sofferente. Quanto più consapevolmente e chiaramente lo portiamo come dono, tanto più efficacemente il nostro amore cambierà il mondo e risveglierà la speranza – una speranza che va al di là della morte.

giardiniere dell'Eden
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Messaggioda giardiniere dell'Eden » mar gen 24, 2006 9:33 pm

Stupefacente! Fortissimo!

roby noris
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Messaggioda roby noris » mer gen 25, 2006 1:31 pm


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Messaggioda giardiniere dell'Eden » gio gen 26, 2006 1:15 pm

Innanzitutto la ringrazio per aver indicato l'indirizzo internet dove trovare l'enciclica. L'ho potuta legge subito.
Mi sono sentito subito a casa. L'argomentare incalzante e tuttavia chiaro e cristallino della prima parte "teorica" è prerogativa dei grandi maestri (che si fanno capire da tutti).

34..."Se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per essere bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova". Questo inno deve essere la Magna Carta dell'intero servizio ecclesiale;... L'azione pratica resta insufficiente se in essa non si rende percepibile l'amore per l'uomo, un amore che si nutre dell'incontro con Cristo. L'intima partecipazione personale al bisogno e alla sofferenza dell'altro diventa così un partecipargli me stesso: perché il dono non umilii l'altro, devo dargli non soltanto qualcosa di mio ma me stesso, devo essere presente nel dono come persona.

35. Questo giusto modo di servire rende l'operatore umile. Egli non assume una posizione di superiorità di fronte all'altro, per quanto misera possa essere sul momento la sua situazione. Cristo ha preso l'ultimo posto nel mondo -la croce- e proprio con questa umiltà radicale ci ha redenti e costantemente ci aiuta. Chi è in condizione di aiutare riconosce che proprio in questo modo viene aiutato anche lui; non è suo merito né titolo di vanto il fatto di poter aiutare. Questo compito è grazia...

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articolo di Dante Balbo

Messaggioda roby noris » sab gen 28, 2006 10:21 pm

Ecco in anteprima l'articolo di Dante Balbo sull'enciclica che apparirà sul prossimo numero della rivista Caritas Insieme previsto per inizio marzo.



Benedetto XVI, l’amore ritrovato


di Dante Balbo

Deus Caritas est, la prima enciclica del nuovo papa, riporta al centro dell’esperienza cristiana l’amore e va davvero dove lo porta il cuore.

Benedetto Xvi si avventura su di un terreno minato.
Nella sua prima enciclica, infatti, ha deciso di affrontare il tema dell’amore, con tutti i rischi connessi: fraintendimento in una società in cui questa parola è scritta nella carta dei cioccolatini, vaghezza di un termine abusato da ogni religiosità, astrazione in un linguaggio filosofico da accademia, che poteva lasciare indifferenti i cinque sesti dei lettori, ad essere generosi.
Non si è sottratto il pontefice, pur di affrontare una questione chiave per il suo mandato di “servo dei servi di dio”, nel rivalutare e riscoprire la pienezza di significato dell’amore cristiano, che va ben al di là di un sentimento, o di una pienezza spirituale, per abbracciare l’uomo nella sua totalità.
Divisa in due parti, dapprima affronta l’idea di amore per coglierne il senso più profondo alla luce della rivelazione cristiana, scoprendo che essa non è in contrasto con le possibilità umane, anzi, le svela all’uomo stesso, in seguito traccia un profilo dell’esercizio concreto della carità, in relazione alla giustizia, alla politica e alla specificità ecclesiale.

Eros e agape, nemici o amici?

Centro della prima parte dell’enciclica è il concetto di amore, che nell’ebraismo prima e nel cristianesimo poi, si contrappone al concetto di eros, caro alle religioni e alle filosofie pagane, per esaltare l’idea di agape, l’amore di donazione.
L’amore fra uomo e donna sembra il prototipo e il modello per tutte le forme di amore, ma il termine greco che lo definisce, eros, non è praticamente usato nella Bibbia, due volte nell’antico testamento e nessuna nel nuovo.
Ad esso si preferisce la parola agape, oppure filia, che significa amore di amicizia, usato soprattutto nel vangelo di Giovanni per definire il rapporto fra gesù e i suoi discepoli.
L’eros greco è la pazzia d’amore, la vertigine estatica che ci fa toccare le più alte vette, ma proprio per questo nelle religioni si è tradotto nella pratica della prostituzione sacra e nei riti di fertilità.
A queste tradizioni si sono opposti con fermezza i profeti dell’antico testamento, considerandole una perversione religiosa, ma non perché l’eros sia malvagio di per sé, bensì stravolto proprio dai riti che lo esaltano.
L’eros contiene una promessa, un legame con la divinità, ma per scoprirlo deve essere purificato, disciplinato, aiutato a trasformarsi da istante estatico a forza vitale per un amore più grande e definitivo.
Il problema non sta come molti pensano in un odio viscerale della Chiesa per il corpo, anche se derive in questo senso non sono mancate, ma nella separazione arbitraria fra anima e corpo che oggi si effettua riducendo il corpo a istinto e il sesso a pratica: nel linguaggio corrente si dice fare sesso, nemmeno più fare l’amore.
Uno spirito senza corpo non ha senso, ma un corpo senza anima è degradato, animalizzato.
Un documento notevole a questo proposito, per contrastare questa idea povera di amore è il cantico dei Cantici, una raccolta di poesie d’amore inclusa a pieno titolo negli scritti della Bibbia. In esso si passa dal termine che designa l’amore erotico, indeterminato, all’amore agapico, in cui il sacrificio di sé per l’altro è definitivo.
La fedeltà coniugale si spiega proprio con questa trasformazione, in cui l’eros, orientato, diventa veramente estasi, uscita da sé, ma non per un attimo inconsapevole di follia, ma per una vita intera di continuo esodo verso l’altro, in definitiva verso dio stesso.
In realtà eros e agape non possono essere completamente separati nella vita umana l’esperienza cristiana li contempla e comprende insieme: l’uomo non può diventare sorgente di acqua viva, dono totale di sé, se non si abbevera continuamente alla sorgente dell’amore, non accetta di ricevere amore.
In questo consiste la novità della fede biblica, in un dio unico, ma soprattutto che ama l’uomo con passione erotica e agapico dono di sé fino alle estreme conseguenze.
Sono profeti come Ezechiele e Osea a descrivere questa passione del signore per il suo popolo senza paura di usare immagini di fidanzamento e matrimonio, per descriverla.
Ma è ancora Osea a superare questa rappresentazione, mostrando l’amore di dio come dono di sé, fino a dimenticare l’adulterio del suo popolo. Questo sarà poi portato al culmine da gesù, dono del Padre che, pur di salvare l’uomo, ne percorrerà il destino fino in fondo, fino alla morte.
Il rapporto di dio con noi, e di noi con Lui, non è dunque fusione nel mare indefinito del divino, come promette per qualche istante l’eros, ma incontro di due persone, di due identità separate e, proprio per questo, capaci di amore totale.
Questa totalità si riflette anche nelle relazioni umane, perché anche in Adamo l’eros lo spinge a cercare uno simile a lui, ma l’agape lo conduce in un rapporto coniugale, una volta trovata la donna.
Felicemente Benedetto XVI nota che la fede in un dio unico, conduce inevitabilmente alla pratica di un matrimonio monogamico.(cfr. n. 11)
Questo matrimonio tra dio e l’uomo si realizza pienamente in Gesù Cristo e in particolare in Lui eucaristia. In questa esperienza di comunione totale con Dio, viviamo anche una dimensione sociale, perché non è un evento privato, ma possibile solo in una comunità.
Per completare questa carrellata sull’amore di dio il pontefice ci conduce attraverso due obiezioni possibili: come possiamo amare dio che non vediamo e come possiamo amare a comando?
Dio che non vediamo si è reso visibile in Gesù e soprattutto è Lui ad averci amato per primo. L’amore al prossimo è possibile perché non è un sentimento soltanto, ma risposta ad un dono che ci è stato fatto. In essa sentimento, volontà e intelligenza si uniscono nella totalità umana.

Carità, giustizia e fede, un incontro possibile?

La seconda parte dell’enciclica esamina l’amore, (caritas), realizzato nella concretezza della chiesa anche come organizzazione comunitaria.
Anzitutto, precisa il papa, non si tratta di un’appendice necessaria, ma di un elemento costitutivo della stessa chiesa, con l’annuncio del vangelo e la liturgia e all’inizio si chiamava diaconia.
I diaconi, infatti, eletti per occuparsi del servizio alle mense, non dovevano essere solo abili organizzatori, ma uomini pieni di spirito e di saggezza (cfr At 6, 1-6).
Stefano, uno di loro, fu il primo martire menzionato nella narrazione della vita delle prime comunità e fu lapidato per la sua coraggiosa testimonianza nel proclamare il vangelo.
La diaconia accompagna la chiesa fin dal principio ed è testimoniata da numerosi autori fin dai primi secoli.
Con l’avvento delle rivoluzioni industriale e scientifica, fu mossa alla chiesa la critica di favorire con il proprio concetto di caritas il permanere delle disuguaglianze e di fornire un alibi ai ricchi per lavarsi la coscienza e soprattutto la filosofia marxista propose in alternativa la rivoluzione proletaria.
La chiesa, lo ammette anche il santo Padre, fu lenta a reagire, anche se non mancarono lodevoli eccezioni fin dall’800, ma poi rispose, elaborando la sua dottrina sociale, sintetizzata nel compendio della dottrina sociale e elaborata nel corso degli ultimi 115 anni, dalla rerum Novarum di Leone XIII, fino alla Centesimus annus di Giovanni Paolo II.
In essa fondamentale è il principio di sussidiarietà, che afferma la funzione complementare dello stato nel favorire e proteggere le componenti sociali di base, come la famiglia.
Chiaro per il pontefice è il concetto di separazione fra politica e chiesa, ma non nel senso di reciproca estraneità, quanto di mutua cooperazione per la realizzazione di un mondo più umano.
“La Chiesa non può e non deve prendere nelle sue mani la battaglia politica per realizzare la società più giusta possibile. Non può e non deve mettersi al posto dello Stato. Ma non può e non deve neanche restare ai margini nella lotta per la giustizia. Deve inserirsi in essa per la via dell'argomentazione razionale e deve risvegliare le forze spirituali, senza le quali la giustizia, che sempre richiede anche rinunce, non può affermarsi e prosperare. La società giusta non può essere opera della Chiesa, ma deve essere realizzata dalla politica. Tuttavia l'adoperarsi per la giustizia lavorando per l'apertura dell'intelligenza e della volontà alle esigenze del bene la interessa profondamente.” (n.28 )

Se la chiesa non si incarica di sostenere questa o quella forza politica, i cristiani non possono sottrarsi all’impegno anche politico per impregnare di carità la vita civile e sociale.
Particolare valore hanno in questo contesto il volontariato e la cooperazione ecumenica nelle opere di carità.
La solidarietà si è grandemente diffusa nel mondo, facilitata anche dalla globalizzazione ed è, secondo Benedetto XVI, la prova che l’amore di Dio è scritto nel cuore dell’uomo e che il contributo della cultura cristiana va ben al di là delle frontiere ecclesiali. Ma proprio per questo la chiesa nelle sue organizzazioni ha bisogno di ritrovare un profilo preciso, una identità propria, con la quale portare il suo contributo originale allo sviluppo di un umanesimo integrale.
Le organizzazioni ecclesiali, Caritas in testa, devono rispondere ai bisogni di oggi, con la professionalità necessaria, ma anche con l’attenzione del cuore, formata nella fede viva, incontro reale con gesù, nutrimento della loro diaconia.
Equilibrio manifesta il programma enunciato dal primate cattolico, quando denuncia ogni strumentalizzazione dell’attività caritativa, sia alle appartenenze politiche, sia alle ideologie, sia al proselitismo religioso.
Mette in guardia infatti soprattutto da quelle ideologie che ritengono che la carità non debba essere esercitata perché impedirebbe la presa di coscienza rivoluzionaria, così come da quelle tendenze che riconoscono nella risposta ai bisogni una sufficiente testimonianza evangelica, escludendo a priori l’annuncio missionario.
“L'amore è gratuito; non viene esercitato per raggiungere altri scopi.[30] Ma questo non significa che l'azione caritativa debba, per così dire, lasciare Dio e Cristo da parte. È in gioco sempre tutto l'uomo. Spesso è proprio l'assenza di Dio la radice più profonda della sofferenza. Chi esercita la carità in nome della Chiesa non cercherà mai di imporre agli altri la fede della Chiesa. Egli sa che l'amore nella sua purezza e nella sua gratuità è la miglior testimonianza del Dio nel quale crediamo e dal quale siamo spinti ad amare. Il cristiano sa quando è tempo di parlare di Dio e quando è giusto tacere di Lui e lasciar parlare solamente l'amore. Egli sa che Dio è amore (cfr 1 Gv 4, 8 ) e si rende presente proprio nei momenti in cui nient'altro viene fatto fuorché amare. Egli sa — per tornare alle domande di prima —, che il vilipendio dell'amore è vilipendio di Dio e dell'uomo, è il tentativo di fare a meno di Dio. Di conseguenza, la miglior difesa di Dio e dell'uomo consiste proprio nell'amore. È compito delle Organizzazioni caritative della Chiesa rafforzare questa consapevolezza nei propri membri, in modo che attraverso il loro agire — come attraverso il loro parlare, il loro tacere, il loro esempio — diventino testimoni credibili di Cristo.”

Si fa accorato e profondamente umano l’appello del santo Padre nel tracciare il profilo del collaboratore delle organizzazioni caritative, sottolineandone l’umiltà, la profonda unione a dio nella preghiera, la speranza esercitata nella pazienza, la fede nella vittoria finale di dio, la carità che supera il bisogno, nell’affermazione di Cristo risposta vivente al dolore umano.
Sono infine i santi che nella storia della chiesa hanno testimoniato l’amore di dio in istituzioni al servizio dei più poveri, a costituire il modello per chiunque operi la carità. Su di essi rifulge Maria, la umile e santa madre di Dio.
Con una preghiera a lei rivolta si conclude il documento pontificio:
“Santa Maria, Madre di Dio,
tu hai donato al mondo la vera luce,
Gesù, tuo Figlio – Figlio di Dio.
Ti sei consegnata completamente
alla chiamata di Dio
e sei così diventata sorgente
della bontà che sgorga da Lui.
Mostraci Gesù. Guidaci a Lui.
Insegnaci a conoscerlo e ad amarlo,
perché possiamo anche noi
diventare capaci di vero amore
ed essere sorgenti di acqua viva
in mezzo a un mondo assetato.”


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