relativismo e pensiero debole

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giardiniere dell'Eden
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relativismo e pensiero debole

Messaggioda giardiniere dell'Eden » mer feb 08, 2006 12:08 am

Ho trovato un articolo lungo, difficile, ma completo. (30 pagine di testo e altrettante di riferimenti e note. Chi oserà leggerlo ?)
Il titolo è:

RELATIVISMO E PENSIERO DEBOLE: LA PERDITA DEL FONDAMENTO
di Rocco Vittorio Macrì.

Tratta le varie forme del relativismo nella storia del pensiero occidentale, dalla Sofistica del V. secolo a.C. fino al relativismo moderno e contemporaneo.

Il Macrì lungo la trattazione fa intervenire più volte un grande filosofo cattolico del secolo scorso (tanto caro a Papa Paolo VI) e cioè J. Maritain.

L'indirizzo:

http://itis.volta.alessandria.it/episteme/rvm1.html
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giardiniere dell'Eden
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sul relativismo filosofico

Messaggioda giardiniere dell'Eden » gio feb 09, 2006 8:06 pm

SUL RELATIVISMO MODERNO E CONTEMPORANEO

"La filosofia moderna, dimenticando di orientare la sua indagine sull'essere, ha concentrato la propria ricerca sulla conoscenza umana. Invece di far leva sulla capacità che l'uomo ha di conoscere la verità, ha preferito sottolinearne i limiti e i condizionamenti. Ne sono derivate varie forme di agnosticismo (secondo cui il pensiero non può pronunciarsi sui problemi che esulano dal campo della scienza positiva e cioè sui problemi metafisici e religiosi. ndr) e di relativismo, che hanno portato la ricerca filosofica a smarrirsi nelle sabbie mobili di un generale scetticismo (soggettività di ogni conoscenza e sua impossibilità di adeguarsi al reale. ndr).
Di recente, poi, hanno assunto rilievo diverse dottrine che tendono a svalutare perfino quelle verità che l'uomo era certo di aver raggiunto.
La legittima pluralità di posizioni ha ceduto il posto a un indifferenziato pluralismo, fondato sull'assunto che tutte le posizioni si equivalgono: è questo uno dei sintomi più diffusi della sfiducia nella verità che è dato verificare nel contesto contemporaneo." (Giovanni Paolo II, Fides et ratio)

Jacques Maritain - "il difensore della verità e paladino dell'assoluto del XX secolo" - definisce l'uomo come colui che cerca la verità. All'annuncio di Nietzsche che "Dio è morto", Maritain ha la forza di gridare:"La ragione è fatta per la verità, per conoscere l'essere!" "Non c'è niente al di sopra della verità. E tanto più si indebolisce la "verità", la "nostalgia dell'assoluto", tanto più si avanza nello spirito di terrestrità, in quella specie di inginocchiamento davanti al mondo che si manifesta in mille modi." (J. Maritain, il contadino della Garonna).
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a) la questione cosmologica

"Il copernicanesimo significò prima di tutto il rifiuto di ogni organizzazione intrinseca dell'Universo. Il fatto che il centro del mondo fosse spostato dalla Terra al Sole fu un aspetto minore della rivoluzione. Ciò che contò è che non esistesse più un corpo privilegiato. Nel tempo di poche generazioni, l'Universo non avrebbe avuto più alcun centro e sarebbe diventata legge il "Principio Cosmologico", secondo cui ogni punto dell'Universo vale l'altro. I corpi astrali furono affidati ad una "meccanica celeste" che sapesse solo di masse e di distanze, e rifiutasse il compito di dar conto di qualunque tipo di costellazione o di configurazione, e in genere di qualunque situazione iniziale.

b) la questione biologica

La conversione della biologia in teoria probabilistica meccanica fu realizzata dalla teoria darwiniana e soprattutto dalle sue riletture genetiche.
I viventi di Darwin sono corpi senza "natura" e senza "tendenze", vaganti nel vuoto a misurare sugli "urti" la loro forza e il loro diritto all'esistenza."
(J. Maritain: Umanesimo integrale)

c) la questione psicologica

"...la terza umiliazione, di natura psicologica, colpisce probabilmente nel punto più sensibile. L'uomo, anche se degradato al di fuori, si sente sovrano nella propria psiche. (...) Ma le due spiegazioni - che la vita pulsionale della sessualità non si può domare completamente in noi, e che i processi psichici sono per sé stessi inconsci e soltanto attraverso una percezione incompleta e inattendibile divengono accessibili all'Io e gli si sottomettono - equivalgono all'asserzione che l'Io non è padrone in casa propria." (S. Freud: Una difficoltà della psicoanalisi)

continua
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Messaggioda giardiniere dell'Eden » ven feb 10, 2006 9:12 pm

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La scienza moderna è stata sempre caratterizzata da una weltanschauung (visione del mondo) materialistica (o anti-spiritualistica), non solo nel metodo seguito fin da Galileo, e cioè quello di confinare l'esistenza alle sole realtà oggettive ( e conseguentemente negare le entità spirituali in quanto non osservabili), ma anche nella speranza di fondo: spiegare tutte le cose, uomo compreso, a partire da mattoni primari che chiamiamo particelle elementari.
L'evoluzionismo ha lentamente assunto il carattere di dottrina ufficiale e ha iniziato un'operazione tendente ad escludere come "non scientifico" tutto ciò che fosse in contrasto con la teoria.

Lo stesso pensiero filosofico, a questo punto, attinge da questa nuova immagine del mondo. "Innalzando sé stessa a giudice supremo della verità, la filosofia moderna non può che aborrire profondamente il soprannaturale e tutto ciò che porta il segno di una verità e di un'autorità superiori alla ragione." (Maritain: Antimoderno)

Il positivismo

Con il positivismo la scienza si proclamava unica forma di sapere scientifico, respingendo nel mondo del probabile e dell'immaginabile tutto quanto non potesse essere positivamente constatato. In questo modo diventava manifesto ed evidente il rapporto stretto di ateismo e modernizzazione.
Con Comte si ha un abbattimento in blocco di tutta la metafisica elaborata durante i secoli precedenti. "Tutto è relativo, ecco il solo principio assoluto! La verità di oggi sarà falsa domani. Non bisogna quindi dire che vi sono delle asserzioni puramente e semplicemente vere (assolutamente vere), e delle asserzioni vere sotto un certo rapporto (relativamente vere). La verità come tale è relativa; la verità non è immutabile, la verità cambia".

"Il tempo di August Comte... ha domandato la saggezza alla scienza. Ma questa illusione si è rapidamente dissipata. Nella struttura della scienza la matematica ha divorato tutto quanto poteva ancora restare della filosofia. La matematica e l'empiriologia hanno distrutto l'ontologia". Ora, tutto ciò si traduce in una filosofia, in una immagine del mondo tanto disumana quanto moderna, con inevitabili riflessi in campo sociale, religioso e spirituale, come ben sintetizza Piero Viotto:

"L'aver ridotto la fede alla ragione, come accade nel deismo moralistico di Kant, la grazia alla coscienza soggettiva, come si manifesta nel naturalismo psicologistico di Rousseau, e la Chiesa alla società umana, come si afferma nel socialismo utopistico di Comte, significa aver neutralizzato il Cristianesimo, lanciando nella storia semi di verità impazzite, perché non più alimentate dalla sorgente soprannaturale. Di qui l'equivoco di certi miti contemporanei, come egualitarismo illuministico e il messianesimo comunistico. ... Si è giunti così al predominio della scienza sulla saggezza, della tecnica sulla cultura, dell'azione sulla contemplazione, della quantità sulla qualità."
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giardiniere dell'Eden
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Messaggioda giardiniere dell'Eden » sab feb 11, 2006 11:38 am

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Le entità spirituali appaiono agli occhi dello scienziato moderno come simboli romantici del passato, lasciati magari come "foto ricordo" della vecchia filosofia di San Tommaso.
Vere e attuali le parole di Maritain:"E si vedrà che i pensatori moderni preferiscono di buon grado "a priori", e senza esitazione alcuna, dieci errori provenienti dall'uomo ad una verità proveniente da Dio." (Antimoderno)

Gli influssi nel campo etico

"Dopo Darwin, non possiamo più ritenere di occupare un posto speciale nella creazione - al contrario, dobbiamo renderci conto di essere un prodotto delle stesse forze evolutive cieche e prive di finalità che hanno modellato il resto del regno animale.
Le implicazioni religiose del darwinismo sono state molto dibattute. Fin dall'inizio gli uomini di chiesa hanno sospettato e temuto che l'evoluzione fosse incompatibile con la religione. Se le loro preoccupazioni siano giustificate è ancora oggetto di discussione. Ma il darwinismo pone problemi anche alla moralità tradizionale. Non meno della religione, la moralità tradizionale presuppone che l'uomo sia "una grande opera". Che ne è di tutto ciò, se l'uomo non è che una scimmia modificata?" (J.Rachels: Creati dagli animali. Implicazioni morali del darwinismo)

Vittorio Possenti, nell'introduzione a "Riflessioni sull'intelligenza e la sua vita propria" di Maritain, mette l'accento proprio sulle conseguenze etiche e sociali che queste "detronizzazioni" hanno innescato, e il rischio di un'umanità in balia di un nichilismo "gorgiano" - una delle facce più temibili del relativismo:

"Certo le rivoluzioni culturali degli ultimi secoli hanno costituito delle sfide esigenti per il soggetto, sottoposto (come abbiamo già accennato. ndr) a tre distinte detronizzazioni:

a) la detronizzazione cosmologica, in quanto la terra e l'uomo non sono più il centro del cosmo;
b) la detronizzazione biologica, innescata dal darwinismo, secondo cui l'uomo non è superiore agli animali;
c) la detronizzazione psicologica, iniziata dalla psicanalisi, che identifica nell'inconscio, non nell'io conscio, il livello basale e primario del dinamismo psichico.

Queste specifiche detronizzazioni possono essere superate con un rinnovato impegno a più livelli, di cui è momento essenziale la salvaguardia del realismo. La sua negazione comporta quella della conoscenza reale e il giudizio che la coscienza è naturalmente disposta all'errore e all'autoinganno invece che alla verità: i maestri del sospetto non hanno seminato invano.

Di qui al nichilismo il passo è breve. Per nichilismo intendiamo un complesso filosofico-culturale denotato da alcuni almeno dei seguenti caratteri:
1. dissoluzione di ogni fondamento (l'annuncio nitzschiano che "Dio è morto", tradotto in chiaro esprime appunto la caduta del fondamento);
2. la negazione di ogni finalità dell'uomo e del cosmo;
3. la riduzione del soggetto a mera funzione;
4. la pari validità di tutti i giudizi di valore (asserzione che si può convertire nella seguente: invalidità di ogni giudizio di valore; o anche: il valore non ha più alcun nesso con l'essere, ma emerge dal fondo più oscuro dell'assoluta libertà del soggetto).
Il complesso metafisico-etico del nichilismo finisce per approdare al tramonto della tensione conoscitiva e al declino del domandare."
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Messaggioda giardiniere dell'Eden » sab feb 11, 2006 4:17 pm

-4-
LA PERDITA DEL FONDAMENTO

a)"Debolismo della matematica".

Sintetizziamo, con le efficaci parole di Selleri (F. Selleri: Fisica senza dogma), quello che potremmo definire come "debolismo matematico moderno":

"Vi sono tre momenti nella matematica moderna che segnano altrettanti aspetti della perdita di quelle certezze che il matematico aveva tradizionalmente ritenuto di possedere:

1. La scoperta che nessuna contraddizione logica nasce dalla negazione dell'assioma delle parallele (quinto postulato di Euclide) e la nascita delle geometrie non euclidee mostrarono che esistono infinite geometrie possibili, tutte perfettamente razionali. E siccome il mondo reale è uno solo, moriva così la "certezza" di una corrispondenza biunivoca fra matematica e realtà.

2. La scoperta delle "antinomie" all'interno della teoria degli insiemi mostrò che si potevano dedurre in modo assolutamente rigoroso delle vere e proprie contraddizioni a partire da affermazioni o da principi la cui evidenza sembrava incontestabile (si pensi all'antinomia di Russell). Spariva così la "certezza" che l'evidenza empirica potesse suggerire affermazioni o principi di assoluta validità.

3. La scoperta del celeberrimo teorema di Gödel: data una teoria formale sufficientemente potente da esprimere almeno l'aritmetica dei numeri interi, questa teoria non può essere al tempo stesso coerente e completa. Cioè, se si vuole che essa sia coerente si deve necessariamente rinunciare alla sua completezza. ... Spariva così anche la "certezza" nella potenza logica della matematica. ... I risultati di Gödel ebbero chiaramente conseguenze esplosive: l'ultima certezza che restava alla matematica del nostro secolo, quella della validità assoluta dei suoi risultati, non poteva più essere sostenuta ... Diventava cioè lecito dubitare di tutto."

b) La "morte dell'etere"

I due fisici Michelson e Morley, nel 1887, hanno messo fine alla disputa di secoli tra "spazio pieno" e "spazio vuoto". Dimostrando che la luce viaggiava a velocità invariata, dettero inizio all'era dello "spazio vuoto". Einstein, con la teoria della relatività (1905), decreta la "morte dell'etere". Da qui una nuova ipotesi sull'origine dell'universo, che oggi viene riconosciuta da tutta la scienza: ossia il "big bang" (grandissima esplosione) che ha generato galassie, soli, pianeti, vita.
Il contributo dato dagli scienziati moderni, quali appunto Einstein, Bohr e Heisenberg va considerato proprio sotto il profilo di un abbandono definitivo di quella "adaequatio rei et intellectus", che aveva caratterizzato i secoli precedenti.
Con la "morte dell'etere" viene estinto il logos ... il kòsmos (ordine) ritorna caos (disordine).

giardiniere dell'Eden
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Messaggioda giardiniere dell'Eden » sab feb 11, 2006 6:49 pm

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Gli stessi "principi primi" aristotelici vengono messi in discussione. "Mediante la meccanica quantica viene stabilita definitivamente la non validità del principio di causalità. Anche il principio del terzo escluso viene sostituito: nella teoria dei quanta questa legge del "tertium non datur" deve essere modificata." (W. Heisenberg: Fisica e filosofia)
La stessa logica classica "sarebbe contenuta come un tipo di caso limite all'interno della logica quantica, mentre quest'ultima costituirebbe il modello logico più generale." (Ibidem)

Così, se con la "detronizzazione euclidea" crollava l'"assoluto platonico", con la nuova fisica cede l'"assoluto aristotelico".
Da qui l'invito di scienziati e premi Nobel come Feynman di "accettare la Natura come è: assurda". (Ci assicura Northrop:"Gli esperimenti sulla radiazione dei corpi neri esigono la conclusione che "Dio gioca ai dadi"." in W.Heisenberg: Fisica e filosofia).
Il motto della nuova scienza è a questo punto quello stesso di Jean Le Rond d'Alembert:"Allez en avant, la foi vous viendra."
Alla guida vengono lasciate "le formule matematiche", che assurgono a "promotrici di visioni del mondo radicalmente nuove." (O. Costa de Beauregard: Al di là del paesaggio consueto).
L'operazionismo della pura funzionalità matematica ha ormai sostituito la realtà fisica, imponendo una tale portata ontologica nelle formule da dissolvere gli atomi in un sistema di equazioni.

La "verità" traballa

L'operazionismo, in realtà, è andato oltre, scavalcando i confini della dimensione tecnico-scientifica per affondare in quella morale.
L' époché (la sospensione del giudizio) della scienza ha proiettato il suo campo d'azione fino ad inglobare tutto il piano della conoscenza umana.
Ed ecco che anche il concetto di "verità" traballa.

Scrive Heisenberg:"Non ogni concetto o parola che si siano formati in passato attraverso l'azione reciproca fra il mondo e noi sono in realtà esattamente definiti rispetto al loro significato; vale a dire, noi non sappiamo fino a qual punto essi potranno aiutarci a farci trovare la nostra strada nel mondo. Spesso sappiamo che essi possono venire applicati ad un ampio settore dell'esperienza interna o esterna, ma non conosciamo praticamente i limiti della loro applicabilità. Questo è vero anche nel caso di concetti più semplici e più generali come "esistenza", "spazio", "tempo". Perciò non sarà mai possibile con la pura ragione pervenire ad una qualche verità assoluta."

Arriviamo così alla "fine della metafisica".

Eppure, dinanzi a questo quadro che per molti versi rivela quella che Maritain definisce la "presente agonia del mondo" (J. Maritain: il significato dell'ateismo contemporaneo), alcuni pensatori e scienziati avanzano l'idea che tutto ciò sia vantaggioso per la fede; in particolare, le "teorie relativistiche e quantistiche" indirizzerebbero -dicono- verso la fine del meccanicismo e all'apertura dello spiritualismo, alla Chiesa.
In realtà, ogni "detronizzazione", come acutamente osserva Maritain, non favorisce il credo della Chiesa, ma un "decentramento" della fede verso le sponde di un indifferenziato orientalismo. Lo stesso Heisenberg ammette "l'esistenza di una certa relazione fra le idee filosofiche dell'Estremo Oriente e la sostanza filosofica della teoria dei quanta." (W. Heisenberg: Fisica e filosofia)
Ci troviamo cioè dentro un circuito relativistico chiamato "debolismo", dove "può essere che la parola "credere" non significhi per la maggioranza di quella gente "percepire la verità di qualche cosa", ma viene piuttosto presa nel senso di "assumere questo a base della vita".
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giardiniere dell'Eden
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Messaggioda giardiniere dell'Eden » dom feb 12, 2006 11:58 am

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"La caduta degli immutabili o delle verità eterne va considerata l'elemento basale più significativo di molte espressioni della filosofia contemporanea. Il loro tratto comune è la fede nell'inesistenza di verità assolute: per questo esse possono essere caratterizzate come "pensiero debole"." (V. Possenti: Fisica senza dogma)

Tutto ciò ha naturalmente riflessi in ogni campo dell'umano esistere. Dalle "avanguardie artistiche" (si pensi, ad es., al "futurismo") alla "completa eliminazione delle consonanze" e " smarrimento della tonalità" nel discorso musicale contemporaneo. Dalla concezione dei "fotoni coscienti" al dissolvimento della parte spirituale dell'uomo (es. Rucker:"Io sono non tanto i miei atomi, quanto la configurazione secondo la quale i miei atomi sono disposti"). Lo stesso concetto di "vita" viene indebolito, pronto ad assumere i contorni dell'"artificiale".

Ecco le macerie lasciate da quella che Maritain definisce la "Grande Sofistica": " si conosce l'essere a condizione di metterlo tra parentesi o di fare astrazione da esso". Ma egli avverte : il prezzo che paghiamo per avere "il potere della materia, un sogno inebriante di perfetto dominio sulle cose visibili (magari anche invisibili), è l'abdicazione dello spirito, che rinuncia alla Verità per la Verifica, alla Realtà per il Sogno". (Maritain: Il contadino della Garonna).

LOGOFOBIA

Scrive Gianni Vattimo (massimo esponente del "pensiero debole" in Italia):" E' legittimo sospettare che il bisogno di "idee chiare e distinte" sia ancora un residuo metafisico e oggettivistico della nostra mentalità". (Credere di credere)
La "logofobia" consiste appunto nella perdita di "fiducia non solo nel sapere filosofico, ma anche nella filosofia spontanea che è per l'uomo come un dono di natura incluso nell'equipaggiamento di prima necessità che si chiama senso comune, e velato quanto manifestato dal linguaggio comune.

Sotto l'etichetta di "categorie del linguaggio" ci si trova oggi a mascherare e a denigrare, o meglio a "farsi beffa di quelle cose, oscuramente percepite dall'istinto dello spirito, che sono il bene e il male, l'obbligo morale, la giustizia, il diritto, o ancora l'essere extra-mentale, la verità, la distinzione tra sostanza e accidente, il principio di identità."

"La febbre neo-modernista che affligge il nostro tempo non poteva portare frutti peggiori. Si invochi pure finché si vuole lo slogan delle categorie del linguaggio. Non è il linguaggio a fare i concetti, sono i concetti a fare il linguaggio". (J. Maritain: Il contadino della Garonna)

Conferma Giovanni Paolo II:"La fede, infatti, presuppone con chiarezza che il linguaggio umano sia capace di esprimere in modo universale - anche se in termini analogici, ma non per questo meno significativi - la realtà divina e trascendente. Se non fosse così, la parola di Dio, che è sempre parola divina in linguaggio umano, non sarebbe capace di esprimere nulla su Dio. L'interpretazione di questa parola non può rimandarci soltanto da interpretazione a interpretazione, senza mai portarci ad attingere un'affermazione semplicemente vera; altrimenti non vi sarebbe rivelazione di Dio, ma soltanto l'espressione di concezioni umane su di Lui e su ciò che presumibilmente Egli pensa di noi." (Fides et ratio)
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Dante Balbo
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Messaggioda Dante Balbo » dom feb 12, 2006 6:01 pm

non ho ancora letto l'articolo, peché ho saputo solo ora di questo nuovo topic, ma la ringrazio di avermi dato il link, così e lo sono salvato e potrò leggermelo con calma. tuttavia pregiudizialmente mi resta una perplesità, perché al relativismo di solito si contrappone il concetto di essere aristotelico, tanto astratto quanto quello di continuo divenire, mentre quello che mi sebra si debba recuperare è il concetto di giudizio e imputabilità, che è proprio dell'uomo e del suo pensiero. quello che infatti i sembra venga abolito non è tanto il concetto di un dio al centro della realtà, che al limite è buono come qualsiasi altra teoria secondo i pensatori relativisiti, ma la sottrazione dal giudizio, dalla imputabilità di qualsiasi affermazione, per lo stesso fatto che è equivalente a tutte le altre!
D.G.B.

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Messaggioda giardiniere dell'Eden » dom feb 12, 2006 7:44 pm

Sig. Balbo, lei appare sempre al momento giusto. Non tanto per quello che in questa occasione afferma - perché se leggerà l'articolo intero, oppure anche solo la mia riduzione non ancora terminata, troverà inevitabilmente quello che anche lei sottolinea -, ma perché interrompe la mia solitudine e l'imbarazzo dell'invadenza.

Dante Balbo
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Messaggioda Dante Balbo » lun feb 13, 2006 2:15 pm

stamattina don Sergio Ubbiali, che non coosco, ma che deve essere una cia in ftto di lituria e scramenti nella diocesi di Milano, invitato a parlare ai preti della diocesi di Lugano, ha affermato che oggi nella scissione fra affermazione della chiesa secondo la quale la salvezza è un dono per tutti e non un'esperienza semplicemente individuale e relativa e quella del pensiero dominante occidentale relativistico, il problema è che al singolo occorrono olti più sforzi per pensare anche solo che gli argomenti delle finalità ultime siano degni di attenzione. Un altro maestro dei nostri tempi ha detto che la patologia è comune, mentre la sanità è uno stato che molti vorrebbero ma pochi desiderano realmente. da questo la nostra relativa solitudine.
D.G.B.

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Messaggioda giardiniere dell'Eden » lun feb 13, 2006 7:08 pm

-7-
Maritain denuncia, senza mezzi termini, il pericolo di un cedimento totale del "Logos" e di una sua riduzione ad un "simbolismo convenzionale":

("Il mondo contemporaneo, nel suo fenomenismo, rifiuta proprio il buon senso comune e diventa prigioniero di un simbolismo convenzionale che contrabbanda per filosofia del linguaggio, obbligando i cristiani a rifugiarsi, per poter credere, in un fideismo soggettivistico, che costituisce l'aspetto religioso del fenomenismo". P. Viotto: Attualità di "Umanesimo integrale")

"Non si crede più al diavolo, né agli angeli cattivi; né ai buoni, naturalmente. Essi non sono che sopravvissuti eterei di un museo di immagini babilonese. A dire il vero, il contenuto oggettivo al quale la fede dei nostri avi si appoggiava, è tutto un mito ormai, come il peccato originale, per esempio (non è forse nostra grande preoccupazione oggi spazzar via il complesso di colpevolezza?) e come il Vangelo dell'Infanzia e la resurrezione dei corpi e la creazione. E come il Cristo storico naturalmente. Il metodo fenomenologico e la scuola delle forme hanno cambiato tutto. La distinzione tra natura e grazia è un'invenzione scolastica, come la transustanziazione. L'inferno, perché darsi da fare a negarlo? E' più semplice dimenticarlo, ed è probabilmente quanto si può far di meglio con l'Incarnazione e la Trinità. Ad essere sinceri, la massa dei nostri cristiani pensa forse mai a tali cose o all'anima immortale o alla vita futura? La Croce e la Redenzione, sublimazione estrema degli antichi miti e riti immolatori, sono da guardarsi come i grandi e commoventi simboli, per sempre impressi nella nostra immaginazione, dello sforzo e dei sacrifici collettivi necessari per portare la natura e l'umanità al grado d'unificazione e di spiritualizzazione - e di potere sulla materia - in cui esse saranno infine liberate da tutte le antiche servitù ed entreranno in una specie di gloria.

...La nostra fede, avendo così debitamente evacuato ogni oggetto specifico, può diventare finalmente ciò che realmente era, una semplice aspirazione sublimizzante; ... Tutta questa gente ha semplicemente finito di credere alla Verità e crede soltanto a verosimiglianze appuntate con uno spillo su alcune verità (cioè a verificazioni o constatazioni del particolare osservabile) che del resto invecchiano in fretta". (J. maritain: Il significato dell'ateismo contemporaneo)

Ai nostri giorni, il concetto stesso di peccato, così come Maritain aveva presagito, si riveste di relativismo.

Si domanda infatti Gianni Vattimo (in Credere di credere):

"Non accadrà di quello che noi chiamiamo peccato quello che si è verificato a proposito delle tante prescrizioni rituali che erano contenute nel Vecchio Testamento, e che Gesù ha messo fuori gioco come provvisorie e non più necessarie? Non solo il sabato ("Non l'uomo per il sabato, ma il sabato per l'uomo"), ma la stessa circoncisione, che non è più una condizione indispensabile per appartenere al popolo di Dio. Che cosa impedisce di pensare che anche gli altri peccati, che noi ancora crediamo tali, siano destinati un giorno a svelarsi nella stessa luce?"

Si arriva così al nichilismo

che ha invaso il pensiero occidentale, che - se misto a "quel senso di potenza che l'odierno progresso tecnico immette nell'uomo" - si preferisce etichettare come "debolismo", quella sorta appunto di "teoria dell'indebolimento come carattere costitutivo dell'essere nell'epoca della fine della metafisica." (ibidem)
Ultima modifica di giardiniere dell'Eden il mar feb 14, 2006 11:44 am, modificato 1 volta in totale.

giardiniere dell'Eden
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Messaggioda giardiniere dell'Eden » mar feb 14, 2006 11:30 am

-8- (siamo a buon punto)

"Quale filosofia del nulla, esso riesce a esercitare un suo fascino sui nostri contemporanei. I suoi seguaci teorizzano la ricerca come fine a sé stessa, senza speranza né possibilità alcuna di raggiungere la meta della verità. Nell'interpretazione nichilista, l'esistenza è solo un'opportunità per sensazioni ed esperienze in cui l'effimero ha il primato. Il nichilismo è all'origine di quella diffusa mentalità secondo cui non si deve assumere più nessun impegno definitivo, perché tutto è fugace e provvisorio." (Giovanni Paolo II: Fides et ratio)

E' intuibile allora, in questa prospettiva, l'odierna "tendenza a dare all'efficacia il primato sulla verità". Ora, per Maritain, secondo cui i "relativisti dimenticano la verità in nome dell'amore", ciò si presenta erroneo e alquanto grave, in special modo all'interno della fede: "Veniteci a parlare d'efficacia! Il risultato sarebbe infine la defezione d'una grande moltitudine. Il giorno in cui l'efficacia prevalesse sulla verità non verrà mai per la Chiesa, poiché quel giorno le porte dell'inferno avrebbero prevalso su di essa". Egli ribadisce con forza l'umana vocazione originaria della "ricerca del vero": "non è possibile per un cristiano essere relativista, l'uomo è fatto per la verità" ... e "il Buon Pastore è proprio la Verità stessa". (J. Maritain: Il significato dell'ateismo contemporaneo)

Niente può essere messo davanti alla verità.

Né la ragione può venire secolarizzata o indebolita, come vorrebbe Gianni Vattimo quando afferma che persino "la ragione va secolarizzata, in fondo, in nome della carità". (in Credere di credere).
"Come infatti quei poveri imbecilli che siamo potrebbero, per fede, conoscere con piena certezza la Verità soprannaturalmente rivelata, alla quale lo spirito dell'uomo non è proporzionato, se non potessimo conoscere con piena certezza le verità d'ordine razionale, alle quali esso è invece proporzionato?" (J. Maritain: Il significato dell'ateismo contemporaneo). " E' illusorio pensare che la fede, dinanzi a una ragione debole, abbia maggior incisività; essa, al contrario, cade nel grave pericolo di essere ridotta a mito o superstizione, con la conseguenza di un offuscamento della vera dignità della ragione, non più messa nella condizione di conoscere il vero e di ricercare l'assoluto". (Giovanni Paolo II: Fides et ratio).

Se si vuole evitare che le verità impazziscano nel radicalismo nichilista, bisogna seguire una sapienza capace di riconoscere che l'uomo vale più per quello che è che per quello che ha e cercare ad ogni costo di riconciliare il mondo con la verità. In un'epoca che si è fermata alle soglie della "quantità", in una condizione umana mutata, nella quale l'homo faber per un verso si è trasformato in homo creator, dove l'avere ha visto l'affermazione sull'essere, e dove si assiste ad una così rapida e crescente dispersione delle scienze particolari, c'è un urgente bisogno di armonizzare e mantenere nell'uomo le facoltà della contemplazione e dell'ammirazione che conducono alla sapienza. "Questa dimensione sapienziale è oggi tanto più indispensabile in quanto l'immensa crescita del potere tecnico dell'umanità richiede una rinnovata ed acuta coscienza dei valori ultimi. Se questi mezzi tecnici dovessero mancare dell'ordinamento a un fine non meramente utilitaristico, potrebbero presto rivelarsi disumani, e anzi trasformarsi in potenziali distruttori del genere umano." (Giovanni Paolo II: Fides et ratio)
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Messaggioda Dante Balbo » mar feb 14, 2006 1:55 pm

ho finito di leggere l'articolo, ma purtroppo vi ravviso una debolezza intrinseca,nella attitudine apologetica che denuncia il relativismo e tutti gli ismi moderni, come smantellatori di una verità filosofica antecedente valida per millenni. Sarebbe come a dire che siccome l'aereo ha reso obsoleto il traffico mediante il servizio d posta a cavallo che ha reso il suo buon servizio fino al secolo XIX è male di per sé. Se al debolismo del pensiero si oppone la debolezza argomentativa non andiamo molto in là. Più pregnante da questo punto di vista mi sembra la considerazione svolta da un cardinale intervistato da Zenit, che sosteneva come più semplicemente la scienza abbia travalicato i suoi confini deducendo da osservazioni o teorizzazioni pseudologiche argomenti di ordine metafisico che non le competono, in quanto la scienza è in grado di al massimo descrivere i fenomeni, senza poterne trarre conclusioni di pensiero filosofico che concernono un giudizio sull'uomo. Il merito di questo articolo mi sembra quello di aver mostrato come il pensiero debole sia come una balena sguazzante in uno stagno, destinata a respirare ancora per poco. tuttavia non mi sembra che Macrì riesca a portare alle estreme conseguenze la denuncia di questa fallibilità perché se da un lato ne denuncia correttamente i limiti, vi oppone un ritorno alla scolastica.
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Messaggioda giardiniere dell'Eden » mar feb 14, 2006 7:53 pm

Condivido in parte la sua impressione e la sua critica.
Certamente si nota lungo il percorso una reattività quasi passionale alla "perdita del fondamento". Ma è anche questo che, seppur in una certa "debolezza" argomentativa, può far presente al lettore distratto, che qualcosa di grosso si è giocato e si sta giocando. Questo potrebbe stimolare ad ulteriori approfondimenti.

Non credo neppure che si voglia in qualche modo contrapporre al relativismo la scolastica, ma piuttosto sottolineare con forza "l'oggettività del vero e la possibilità di articolare la verità in un discorso intelligibile e relativamente stabile". Ma la sua era una battuta!

Maritain amava dire:" Non posso lasciar passare giorno senza tomistizzare". Ma in questo testo del Macrì ha un po' la funzione di uno che grida nel deserto... non tanto per imporre qualcosa, ma per mettere in guardia dai "cattivi maestri", senza per questo assolutizzare. (Nero e bianco sono estremi, rari; il grigio primeggia.)

Sarebbe auspicabile sentire altre voci, perché il testo provoca.

Ho richiesto un parere a "professionisti", ma finora uno solo si è reso disponibile. Non conosce il testo, quindi deve leggerlo. Quando mi risponderà, sarà mia premura riferirlo in questo topic.
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Messaggioda Dante Balbo » mar feb 14, 2006 10:17 pm

era in parte effettivamente unna battuta, ma soprattutto, credo che il pregio di questo articolo, consista nel constatare il grado di accettazione rapidissima degli assunti relativisti, che come la psicologia di massa (e non delle masse) si è diffusa a macchia d'olio, impregnando di sé tutte le comunicazioni, dai films ai sms facendo dell'introspezione a buon mercato il tessuto di ogni conversazione In questo senso il richiamo al buon senso comune, se pure non piacerà agli scienziati di grido, è interessante e disarmante, un po' come il bambino che gridò "il re è nudo"!
D.G.B.

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Messaggioda giardiniere dell'Eden » mer feb 15, 2006 6:18 pm

- 9 -

L'IDOLATRIA DEL TEMPO (Cronolatria epistemologica)

Lucida è la sintesi di Vittorio Possenti nell'introduzione a "Riflessioni sull'intelligenza...:
"La continua produzione/distruzione di valori, il cambiamento elevato a unica regola trascendentale della verità e dell'agire umano, ossia in altri termini la paradossale "tradizione del nuovo" (o anche la "tradizione di ciò che non c'è più") costituiscono il profilo del modernismo culturale, che possiede una valenza assai più ampia del semplice (e derivato) modernismo religioso. Non è senza importanza osservare che il modernismo è interno alla dialettica dell'idea di progresso, che implica il continuo superamento dell'esistente in una nuova fase anch'essa presto destinata all'oltrepassamento. La coscienza della caducità e mortalità di ogni cosa è il lato d'ombra (ma intrinseco) dell'ideologia del progresso veicolata dalla modernità".

Grazie all'"adorazione dell'effimero", al "fissarsi ossessivo sul tempo che passa, ogni verità è provvisoria e mai definitiva, "temporale", sempre moderna: nulla infatti invecchia con la rapidità della moda e delle teorie che fanno della verità o delle formulazioni concettuali una funzione del tempo. Il neomodernista non si preoccupa di vedere invecchiare le sue credenze, perché lui è un uomo di questo mondo, perché vuole sempre essere aggiornato, sempre rinnovarsi, ed ha finito per rendere assoluto il divenire e ciò che è relativo e provvisorio. (P. Viotto, in J. Maritain: Umanesimo integrale)

Il rischio è che, a causa di una ingenua ed eccessiva fede di buona parte dei credenti in quella che potrebbe essere "una scienza di falso conio", amando le novità più del dovuto e timorosi di essere ritenuti ignoranti delle scoperte fatte dalla scienza in quest'epoca di progresso, tale "mobilismo" si trasmetta anche nel campo della fede, indebolendo lo stesso dogma: Al termine "moderno" viene attribuito un significato emotivo-normativo: è la fede nella superiorità del moderno sul "vecchio", e sul "superato" in quanto, delle tre dimensioni temporali, il passato (che in ogni civiltà tradizionale è carico di valore) perde ogni significato, insieme con il presente, il quale vale solo come "rampa di lancio" verso il futuro utopico. La dimensione temporale della modernità è il futuro, o meglio, l'avvenire, che è il futuro privato del suo significato escatologico (relativo al destino finale dell'uomo e del mondo). E' il trionfo di Utopia, il Dio-in-avanti che sempre si attende e si attenderà, perché sempre deve e dovrà venire. (G. Morra: Ateismo e non-credenza nelle società occidentali)

Con tutto ciò, è più che lecito amare il nuovo, ma a condizione che questo nuovo continui veramente l'antico, e si aggiunga, senza distruggerla, alla sostanza acquisita.

(manca solo una breve conclusione)

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Messaggioda giardiniere dell'Eden » gio feb 16, 2006 12:07 pm

- 10 - (e fine)

Le svolte fondamentali del pensiero scientifico, "le umiliazioni inferte dalla scienza", segnano il filo di Arianna che approda al relativismo, ossia ad un nitido indebolimento dell'assoluto, al decentramento dei fondamenti, alla perdita delle certezze. Bisogna di ciò prenderne atto in relazione al pensiero debole della nostra epoca: questo è espressione di quell'"indebolimento della dimensione ontologico-semantica" verificatosi prima nel piano della scienza, poi in quello del pensiero filosofico (ormai contagiato dal primo), e infine in quello etico e religioso.

" Gli innegabili successi della ricerca scientifica e della tecnologia contemporanea hanno contribuito a diffondere la mentalità scientista, che sembra non avere più confini, visto che è penetrata nelle diverse culture e quali cambiamenti radicali vi ha apportato. (...) Accantonata, in questa prospettiva, la critica proveniente dalla valutazione etica, la mentalità scientista è riuscita a fare accettare da molti l'idea secondo cui ciò che è tecnicamente fattibile diventa per ciò stesso anche moralmente ammissibile." (Giovanni Paolo II: Fides et ratio)

In sintesi, la nostra epoca si caratterizza all'insegna "della cultura dell'effimero, che nasce dall'adorazione del tempo (cronolatria) e dal disprezzo della verità (logofobia) e si traduce nel prassismo e nell'efficientismo. Questo porta a una diffusa diffidenza verso gli asserti globali e assoluti, a una crisi del senso, all'affermarsi del fenomeno della frammentarietà del sapere, a uno stato di scetticismo e di indifferenza o alle diverse espressioni del nichilismo, e quindi ad un'acclamata fine della metafisica.

Urge quindi ritornare ad "una filosofia di portata autenticamente metafisica, capace cioè di trascendere i dati empirici per giungere, nella sua ricerca della verità, a qualcosa di assoluto, di fondante. La sfida è quella di saper compiere il passaggio, tanto necessario quanto urgente, dal fenomeno al fondamento."(Giovanni Paolo II: Fides et ratio)

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Messaggioda giardiniere dell'Eden » gio feb 16, 2006 9:31 pm

Per chi desidera sostare ancora un po' su aspetti specifici appena accennati nell'articolo precedente, ma non ha tempo da perdere curiosando in rete, mi permetto di proporre alcune pagine:

Pensiero debole o "metafisica"? Nichilismo senza ragioni di Laura Boccenti:

http://www.kattoliko.it/leggendanera/mo ... e&sid=1128

A Proposito di fede e scienza: Intervista al Cardinal Poupard
(si discute in particolare dell'evoluzionismo)

http://www.filosofico.org/labo/fede-scienza_poupard.php

ancora sull'evoluzionismo:

M. Gargantini - Evoluzione e Creazione

http://www.filosofico.org/labo/evoluz_gargantini.php

In questo sito (che mi pare complessivamente interessante) si trattano altri vari temi che possono essere in relazione con il tema affrontato:

Ecco l'indirizzo:

http://www.culturanuova.net
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Messaggioda Dante Balbo » sab feb 18, 2006 12:29 pm

L'intervista al card. Popart, era quella a cui facevo riferimento in un messaggio precedente, a proposito di corretta distinzione fra fede e scenza. graie per gli altri lik. Il timone, tra l'altro, è inaccessibile con il link che ha dato, ma è un interessante sito apologetico, anche se a volte si lascia trascinare da derive pentecostali di dubbia attendibilità, come quando si è occupato di rock satanico o di simboli satanici che sarebbero apparsi sui detersivi.
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Messaggioda giardiniere dell'Eden » sab feb 18, 2006 3:11 pm

Ho provato ancora dall'indirizzo dato nel forum ad accedere all'articolo di Laura Boccenti; vi si accede se si attende un po' ( fatica di connessione e di caricamento).

Poiché, come giustamente sostiene il sig. Balbo (che mi pare la sappia lunga) la trattazione del tema sul relativismo soffre un po' di "debolismo", si potrebbe continuare, forse anche prendendo spunto da alcune affermazioni di quel testo, e presentare -senza pretese e dal basso- il "pensiero forte", o alcuni indirizzi di pensiero forte, non teologico in senso stretto.
Partendo forse dallo stesso san Tommaso, con l'essere e le sue proprietà trascendentali e il concetto di conoscenza analogica...

Lei, sig. Balbo, che ne pensa?

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Messaggioda Dante Balbo » dom feb 19, 2006 12:33 am

non sono un esperto di Tommaso, quindi non mi avventurerei in questo campo minato, ma a proposito di pensiero debole, ce ne occuperemo prossimamente con Graziano Martignoni, che ha giustamente sostenuto come il pensiero sia debole solo nel senso della pretesa di verità, ma in effetti sia diventato un pensiero forte, tanto forte che non ammette nessun'altra opinione, tacciando di intolleranza e integralismo chiunque voglia basare la propria identità su verità considerate eterne e inequivocabili. Tutt'altro che debole, dunque!
Tommaso non era uno sprovveduto e quindi pur sostenendo la fondatezza del pensiero aristotelico, ha sempre preso le distanze dalla sua stessa filosofia, tanto che a lui sono attribuiti scritti come l'aurora consurgens, di sappore mistico e alchemico.
Un uomo dunque più aperto di quanto sembri a partire dai suoi scritti più classici il cui corpo sgomenta per architettura armonica e in qualche modo inattaccabile se non demolendone le fondamenta stesse.
La conoscenza analogica è scritturalmente fondata per san tommaso in relazione al testo paolino che ricorda come ora vediamo per specula, come in uno specchio, mentre "dopo", vedremo per conoscenza diretta. È dunque proprio della conoscenza umana, soprattutto per le cose celesti, di conoscere per analogia, che ricordo, è la forma di conoscenza in cui le differenze sono sempre maggiori delle somiglianze.
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Messaggioda giardiniere dell'Eden » dom feb 19, 2006 1:24 am

Constato che lei è più coscienzioso di me. Sarebbe infatti un'avventura... un'operatore sociale e un giardiniere che discutono di pensiero debole e pensiero forte (naturalmente a lei avrei lasciato il pensiero forte).
Rimanga come buona intenzione.

Ritornando ancora sul tema che è comunque fondamentale, per constatare il "fascino" del pensiero debole, che è invece forte, molto forte, si veda:

http://it.wikipedia.org/wiki/Pensiero_debole
http://www.lavocedifiore.org/SPIP/artic ... article=95
http://www.youtube.com/watch?v=Bo2fYKRG9qA
http://www.filosofico.net/vaa1tiimo476.htm

dove si può trovare anche il suo "cristianesimo della carità" (a me sembra un po' il cristianesimo della disperazione o, forse meglio, della rassegnazione) fatto conoscere con il libro "Credere di credere".

Invece, ancora sul relativismo, affrontato onestamente -senza animosità- da un punto di vista cattolico, mi è piaciuto l'articolo apparso su Civiltà cattolica nel settembre 2005:

http://www.rassegnastampa-totustuus.it/ ... e&sid=1489
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Messaggioda giardiniere dell'Eden » dom feb 19, 2006 6:51 pm

Mi è giunto, inaspettato, il parere di Vittorio Possenti (ordinario di filosofia politica all'università ca' Foscari di Venezia) sul testo di cui ho operato la riduzione nelle 10 pagine di questo topic. Eccolo:

Gentile dottore, (magari!)
ho potuto soltanto scorrere il testo che mi segnala: mi pare interessante e ampiamente costruito sulle posizioni di Maritain, che rimangono molto solide.
Se è interessato al nesso tra filosofia e scienza e alle questioni della vita, le unisco due miei scritti: uno costituisce il cap.IV del mio ESSERE E LIBERTA' (Rubettino 2004, aggiungo l'indice).
Vedo che Macrì fa qualche cenno al problema del nichilismo, cui ho dedicato vari studi e in specie NICHILISMO E METAFISICA. TERZA NAVIGAZIONE, Armando, Roma 2004, 2a. ed. (unisco l'indice).

Con un cordiale augurio V. Possenti

Dei due testi che mi allega, l'uno sul rapporto scienza e fede, segue quanto abbiamo in parte trattato e lo chiarisce, mentre l'altro su "vita, natura e teleologia" è un contributo alla fondazione di un concetto di natura e vita "forte" che possa aiutare ad uscire dall'impasse nell'ambito della bioetica.

Trattandosi di testi lunghi, ho pensato di inviarli via posta privata al sig. Balbo, il quale poi valuterà se farli girare o meno.

Attendo un altro parere (un po' più sostanzioso) con eventuali contributi da parte di un prof. della Cattolica di Milano

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Messaggioda giardiniere dell'Eden » mar feb 21, 2006 3:23 pm

Per me le cose non sono ancora chiare. Di conseguenza, con il rischio di sembrare naif (o tardo, come forse sono), ma con l'esigenza di progredire nella "consapevolezza" (ricordo che nel topic precedente su "povertà sociale e povertà religiosa" si soteneva il valore della "povertà consapevole", ma tutto questo sito di Caritas ha poi questa prerogativa di far crescere nella "consapevolezza"), mi ripongo le seguenti domande:

1. Perché la fede (la Chiesa, il cristiano) ha bisogno di un "pensiero forte"( metafisico, non depotenziato o rassegnato) con cui continuare indefinitamente un rapporto dialettico? E che beneficio esistenziale porta a me, uomo della strada, tutto questo?

2. Posta la validità della prima domanda, come si concilia il "pensiero forte " con il Vangelo, cioè con Cristo povero, crocifisso?

3. Se il "pensiero forte" aiuta la fede (la Chiesa) nella sua proposta universale (cattolica) non è insito nello stesso concetto un che di violento, di fondamentalista, di non tollerante? In altri termini: la verità forte non porta a un "amore debole"?
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Messaggioda Dante Balbo » mar feb 21, 2006 3:52 pm

giardiniere dell'Eden ha scritto:Per me le cose non sono ancora chiare. Di conseguenza, con il rischio di sembrare naif (o tardo, come forse sono), ma con l'esigenza di progredire nella "consapevolezza" (ricordo che nel topic precedente su "povertà sociale e povertà religiosa" si soteneva il valore della "povertà consapevole", ma tutto questo sito di Caritas ha poi questa prerogativa di far crescere nella "consapevolezza), mi ripongo le seguenti domande:

1. Perché la fede (la Chiesa, il cristiano) ha bisogno di un "pensiero forte"( metafisico, non depotenziato o rassegnato) con cui continuare indefinitamente un rapporto dialettico? E che beneficio esistenziale porta a me, uomo della strada, tutto questo?
Non è che il cristiano o la chiesa abbiano bisogno di un pensiero forte, ce l'hanno, cioè hanno a disposizione la sovrabbondanza della caritas divina, la logica del centuplo, dei cinquemila sfamati con l'avanzo di dodici ceste. Il pensiero metafisico è insito nella natura umana, l'uomo di per se stesso non è in grado di pensarsi al di fuori di un al-di-là della propria animalità, essa stessa non esiste se non come pensiero. IL pensiero cosiddetto debole ha giustamente stabilito che non vi sono verità assolute, perché non eisiste il mondo delle idee iperuranie platoniche, ma purtroppo non porta il proprio speculare oltre lo scientismo meccanico che evidentemente non trova alcun fondamento. In realtà l'umano è per sua intrinseca natura altro da sé, pensiero che si pensa, in particolare pensiero che giudica il rapporto perché è nel rapporto che nasce.
2. Posta la validità della prima domanda, come si concilia il "pensiero forte " con il Vangelo, cioè con Cristo povero, crocifisso?
Noi predichiamo Cristo e questi crocifisso gal 2, 20 se non erro, è la testimonianza di s.Paolo, perché in cristo e in lui crocifisso sta lo scandalo sempre attuale della croce, obbedienza ad una eredità insostenibile e pure unica che renda propriamente umani. La povertà non sta né nella mancanza di mezzi, Cristo stesso avrebbe potuto comandare a dodici legioni di angeli di proteggerlo, né nella mancanza di argomenti, "se non capisci le cose della terra come potrò spiegarti quelle celesti." Gv 3, 1ss, ma nella radicale difficoltà di farsi comprendere da un mondo che ha un'altra logica, un altro pensiero, letteralmente è un'altra città.
3. Se il "pensiero forte" aiuta la fede (la Chiesa) nella sua proposta universale (cattolica) non è insito nello stesso concetto un che di violento, di fondamentalista, di non tollerante?

Oggi tutto ciò che è profilato è fondamentalista, ma la storia insegna che i cristiani hanno sempre accolto le altre culture, (e non facciamo la retorica dei poveri popoli latirnoamericani, che avevano una religiosità che contemplava sacrifici umani a diecimila per volta), perché è proprio di un pensiero forte la consapevolezza che nulla si può imporre all'animo umano che non vi si converta. La conversione è un fatto personale, cioè riguarda prima di tutto me, perché io posso convertirmi, cioè cambiare direzione, anzi, con il greco, cambiare testa (metanoein), mentre posso solo proporti di cambiare, magari testimoniandoti nella mia vita che io sono effettivamente stato cambiato dalla grazia di Dio.
D.G.B.


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