anteprima n.1 2008 "TRA CRISI IDENTITARIA E BISOGNO DI

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roby noris
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anteprima n.1 2008 "TRA CRISI IDENTITARIA E BISOGNO DI

Messaggioda roby noris » dom mar 16, 2008 10:24 pm

Dal numero 1 2008 della rivista Caritas Insieme online http://www.caritas-ticino.ch/riviste/el ... online.htm

l'articolo che segue è online http://www.caritas-ticino.ch/riviste/el ... ria%20.pdf


TRA CRISI IDENTITARIA E BISOGNO DI APPARTENENZA SI GIOCA IL DRAMMA ESISTENZIALE

La violenza giovanile è una delle espressioni drammatiche della ricerca disperata di identità

Lo sconcerto del Ticino a carnevale per la morte di un ventiduenne a Locarno vittima della violenza di tre giovani, di cui non si conosce ancora bene né la dinamica né le cause ammesso che ce ne siano, è stato lo stimolo per numerose riflessioni sulla violenza, sul disagio giovanile e inevitabilmente sull’integrazione di comunità straniere visto che i tre aggressori sono di origine kosovara. La commozione e la partecipazione di tutti, stretti intorno alla famiglia di Damiano Tamagni, hanno sollecitato un approfondimento e una presa di coscienza di fronte alla violenza latente che in questo caso è esplosa uccidendo un innocente. A Caritas Insieme abbiamo provato a dare il nostro contributo per capire di più e per contribuire a individuare strade da percorrere affinché drammi simili non si riproducano.
Sul nostro forum online abbiamo aperto uno spazio con diversi interventi apparsi sulla stampa che ci sono sembrati significativi e poi con Graziano Martignoni, ospite del nostro studio TV di Caritas Ticino a Pregassona, abbiamo cercato di porci quelle domande sconcertanti che molti si sono fatte, increduli su quanto avvenuto; l’incontro è andato in onda su TeleTicino il 16 gennaio e in versione radiofonica su Radio Fiume Ticino il 17 febbraio, e il video nella sua versione integrale di 40 minuti è disponibile in rete sul nostro sito www.caritas-ticino.ch. Il nostro ospite, psichiatra e psicoterapeuta, ma anche “traghettatore” dei nostri percorsi di riflessione televisiva - come la serie Isolario -, ha focalizzato nella “questione identitaria” il punto centrale dell’analisi di questo quadro complesso e preoccupante.
Prendo allora spunto dalle riflessioni messe in video e online, per fare qualche considerazione personale su una realtà che spesso mi sembra sia mal compresa. Così almeno mi indicano diverse reazioni, alcune strumentalizzazioni politico-mediatiche e anche alcuni dati di certi sondaggi che, pur presi con le dovute pinze, qualcosa dicono comunque.
L’integrazione degli stranieri non c’entra.
Stante il fatto che i tre aggressori sono stranieri ma nati e cresciuti in Ticino in famiglie inserite da trent’anni nella realtà del cantone, non si può spostare questa tragedia su un problema di integrazione di comunità straniere o di marginalità legata a gruppi etnici. C’è chi ha fatto questo spostamento di piani, ottenendo come unico risultato quello di ignorare le vere cause della violenza giovanile con cui la società elvetica deve fare i conti, come tutte le società occidentali avanzate. Il meccanismo soggiacente a questo errore di prospettiva consiste nello spostare altrove, lontano da noi, l’origine e le ragioni del disagio giovanile che anche se non tocca genericamente tutti i giovani, è comunque un fattore che caratterizza alcune fasce giovanili. Questo spostamento rassicura perché evita il confronto drammatico diretto con i problemi intrinsechi al nostro modello di società, che ci siano o meno stranieri. In altri termini se i cattivi sono stranieri allora gli autoctoni si sentono rassicurati, sollevati dal peso insostenibile “che i cattivi ci siano anche fra gli svizzeri” e le soluzioni sembrano a portata di mano: ci si illude allora che sia sufficiente isolare o buttare fuori coloro che sono identificati come i cattivi, causa di tutti i mali, e la violenza giovanile non sarà più un nostro problema. Si è fatto lo stesso errore macroscopico col tema drammatico della droga qualche anno fa identificando negli stranieri la causa della tossicodipendenza: era liberante pensare che fossero gli stranieri, i cattivi, a portare la droga ai nostri bravi giovani invece di dover affrontare il terribile problema della tossicodipendenza presente in tutte le società avanzate. Accettare che i mali della nostra società, pur essendo acuiti talvolta da fattori estranei, siano sostanzialmente radicati nei processi di sviluppo dei modelli delle società occidentali, è un peso enorme e insopportabile. È quindi comprensibile, anche se profondamente errato, che si cerchino dei capri espiatori su cui scaricare le responsabilità e sentirsi così liberati dal giogo inaccettabile dell’impotenza. Ciò che spaventa di più è il confronto con problemi difficilissimi da risolvere, soprattutto in tempi brevi, che appaiono senza soluzione e ci lasciano senza fiato . Ammettere questo, senza isterismi ma col coraggio di affrontare lunghi percorsi di rimessa in discussione dei propri modelli sociali, non è cosa evidente mentre scivolare nelle semplificazioni di matrice populista-xenofoba è davvero facile. Aggiungo che anche quando si identifica un gruppo, appartenente a una etnia, che ha comportamenti violenti, talvolta l’etnia e la cultura d’origine non c’entrano affatto, mentre sono solo le condizioni socio-economico-culturali in cui vivono queste persone a determinare comportamenti e forme di violenza o di devianza. Insomma persino le bande di giovani che si identificano nella propria origine etnica, di fatto non hanno quasi più nessun aggancio con la cultura dei paesi di origine, paesi che non conoscono neppure e di cui parlano una lingua impoverita e trasformata da una lontananza reale e dalla perdita delle proprie radici: le realtà di periferia delle grandi metropoli europee spesso vivono queste situazioni di grando disagio che però solo molto marginalmente hanno a che vedere con problemi di integrazione di stranieri, mentre sono l’espressione drammatica di condizioni socio-economiche degradate che si intersecano con il disagio giovanile di natura identitaria che vivono i giovani di qualunque nazionalità. I disordini avvenuti nella banlieu parigina in tempi recenti non dipendono dall’origina di quei giovani ma dalle condizioni socio-economiche disastrate di quella periferia e dal degrado culturale in cui sono precipitate quelle zone spesso dimenticate.
Locarno non è alla periferia di Parigi e la situazione fortunatamente non è quelle della banlieu francese ma le radici di un certo disagio giovanile sono comuni e si possono ritrovare in ogni angolo d’Europa e in ogni società avanzata come quelle del nord America, perché sono di natura sostanzialmente esistenziale. Questo evidentemente non significa che ad ogni angolo ci siano giovani che potrebbero bruciare auto, spaccare vetrine o uccidere innocenti. E non significa neppure che non esistano problemi seri di integrazione di comunità che vivono una chiusura a ogni forma di possibile integrazione nella realtà europea, ma bisogna distinguere bene ciò di cui si sta parlando senza tentare semplificazioni indebite. Le famiglie dei Balcani che da trent’anni vivono in Ticino non hanno problemi di integrazione che abbiano a che vedere con l’esplosione della violenza giovanile anche se qualche giovane di quella comunità dovesse farsi forte della sua “origine etnica”, non avendo la prima idea di cosa possa significare un’appartenenza nazionale con tutto le sue implicazioni storico-politiche.
Violenza giovanile per comunicare un disagio di natura identitaria.
Il fenomeno della violenza giovanile quindi va compreso e ricontestualizzato in una sorta di linguaggio per comunicare un disagio di natura identitaria. Per molti giovani infatti, anche se pochi lo esprimono fortunatamente con la violenza fisica, il disagio nasce da una difficoltà a riconoscersi appartenenti ad un gruppo, a una comunità, che risponda al proprio bisogno di sentirsi identificati, nominati, cioè chiamati “per nome”, ricollocati in una dimensione che ridia significato, che risponda alle domande fondamentali “Chi sono? Da dove vengo? Dove vado? Perché esisto?”. L’affermazione di sé attraverso l’appartenenza a un gruppo che ridefinisce il soggetto, lo fa sentire accolto e lo difende, lo toglie da quell’insopportabile solitudine dell’anonimato dandogli una “dignità” e una “paternità”: è il meccanismo che creao i fenomeni di massa in cui l’individuo rinuncia volontariamente alla sua capacità critica sposando in toto la logica e le indicazioni del gruppo a cui ha deciso di appartenere. Le dittature o i movimenti ideologici più scellerati possono prendere piede solo grazie a processi di questo tipo - non si spiegherebbero altrimenti - dove l’individuo scompare a favore di un comportamento massificato. Fortunatamente queste tragedie che hanno fatto storia, avvengono in numero limitato ma gli stessi meccanismi li ritroviamo anche nei comportamenti più innocui. Non importa quale sia l’aspetto che caratterizza il gruppo, dallo sport al gioco, dall’ideologia alla filosofia o alla religione, ciò che conta è la risposta al bisogno di identità. Ci si può allora riconoscere in simboli che hanno perso completamente il significato originale e diventano “simulacri”, così li ha chiamati Graziano Martignoni nel nostro incontro televisivo riferendosi a quei gruppi che cercano di trovare una identità a partire dall’origine “balcanica” che di fatto è al massimo solo un vago e impreciso riferimento ai nonni. Si tratta di simulacri di un’identità, che non hanno più nessun vero riferimento al simbolo originario, così funzionano le immagini di Che Guevara piuttosto che i simboli nazisti o qualsiasi altra cosa. A partire da questo moto naturale di ricerca identitaria se non si percorrono traiettorie formative e costruttive, invece di essere appagati nel proprio bisogno di trovare un’identità, si sviluppano solo derive che possono anche sfociare nella violenza come espressione del disagio. Ma la ricerca di identità non va demonizzata perché il meccanismo di appartenenza a un gruppo può essere deresponsabilizzante ma può portare anche a una maturazione dalla propria situazione giovanile a quella adulta. Molto dipende ovviamente dal tipo di gruppo che incontra e a cui aderisce chi è alla ricerca della propria identità. Tutti i gruppi, associazioni e comunità, che hanno punti di riferimento di tipo ideale, filosofico o religioso o genericamente umanitario, offrono un percorso pedagogico attraverso espressioni di volontariato, di vita comunitaria e di approfondimento: se da una parte questo appaga il bisogno di appartenenza e di identità, dall’altra offre l’opportunità di una maturazione che generalmente avviene in percentuali piuttosto buone. Ma siamo di fronte a esperienze minoritarie che esistono ma non sono riconoscibili e individuabili da moltissimi giovani che cercano altrove la risposta alla questione identitaria.
La responsabilità e l’angoscia degli adulti
Ci si chiede continuamente cosa si debba fare per offrire ai giovani delle esperienze formative, ci si domanda come fare della prevenzione, come proporre dei modelli interessanti, ma le statistiche non fanno che confermare lo scacco continuo. È come se non ci fossero soluzioni, talvolta se ne abbozzano alcune, si sperimentano e poi regolarmente si deve subire un nuovo smacco. Mi permetto di affermare che ci sia un errore di fondo in questi tentativi più che comprensibili di dare risposte a una certa angoscia di fronte ai mali delle nostre società avanzate: l’errore sta nel non riconoscere che i mali dei giovani sono solo lo specchio dei mali degli adulti e finché non si curano gli adulti non può esserci vera cura per i loro figli. Credo che la stessa categorizzazione di giovani come entità separata e distinta dagli adulti, con esigenze diverse, sia già in sé fonte di errore perché focalizza l’attenzione sui sintomi che non sono curabili ma al massimo controllati. La questione di fondo è la questione esistenziale che si esprime nel bisogno identitario e di appartenenza per tutti gli esseri umani di qualunque età. Cambia solo il linguaggio per manifestare il disagio. Ma adulti che rimuovono la questione esistenziale, sommergendola di surrogati per evitare di precipitare in una crisi profonda, non possano trovare risposte per i cosiddetti “giovani” che comunicano sostanzialmente lo stesso disagio esistenziale anche se attraverso modalità completamente diverse. Il problema è societario e collettivo, inutile quindi tentare di addossarlo ai capri espiatori di turno. Se le ideologie sono crollate definitivamente col crollo dei muri, se Dio è morto coi processi di secolarizzazione, e il terrore di una verità assoluta ci ha precipitato nel relativismo più totale, non dobbiamo meravigliarci tanto del disagio giovanile incurabile. Attenzione a non cadere nell’illusione che grosse sfide come la violenza giovanile si risolvano col “buon esempio” degli adulti; quegli adulti che scimmiottano un modello umano poco affascinante adattato al pensiero dominante, ma vorrebbero poi che questo abito scomodissimo fosse indossato senza rigetto dai giovani. E se ci si ferma al controllo dei sintomi rimarranno solo interventi polizieschi smisurati che non impediranno comunque che ogni tanto una nuova tragedia rimetta sul tavolo la questione. Allora credo che l’unica via d’uscita sia la rimessa in gioco dell’ordine di valori a cui la nostra società vuole fare riferimento.
Mamma TV è una sola da Palermo a Capo Nord
Consideriamo ad esempio che a formare le coscienze dei giovani e degli adulti siano in buona parte i contenuti che le televisioni, condizionate di fatto solo dagli indici di ascolto, confezionano in programmi di intrattenimento dall’aria innocua ma dagli effetti alla lunga devastanti. Le centinaia di canali TV disponibili hanno una programmazione ampia che offre di tutto, quindi anche approfondimento, prodotti culturali, artistici e informazione seria ma ciò che fa il pieno di ascolti è l’intrattenimento con spettacoli, talk show, realTV, quiz e altri contenitori quasi tutti uguali da nord a sud. Spesso si tratta di modelli inventati da qualche parte, come “il grande fratello” e poi venduti o imitati in tutto il resto dell’Europa, per questo nell’intrattenimento si ha l’impressione di avere la stessa TV da Palermo a Capo Nord. I genitori si preoccupano dei programmi che contengono sesso e violenza, spesso poco pericolosi e sostanzialmente innocui, senza rendersi conto che i danni più gravi vengono dallo stillicidio implacabile delle proposte di intrattenimento che impongono in modo soft, quasi impercettibile, modelli terrificanti per stupidità e inconsistenza etica. Modelli di comportamento individuale e modelli sociali che sembrano calcolati in un simulatore per testare fino a quando possa sopravvivere una specie vivente prima di autoannientarsi. Presentatori di successo e veline sono gli idoli di giovani e adulti, e la giustizia sommaria di “Striscia la notizia” che fa sentire tutti dalla parte dei buoni è la vetta della coscienza civica, la parodia del bene comune nelle mani dei vigilantes. E non tiriamo in ballo la rete internet demonizzandola perché in se è uno strumento straordinario di comunicazione e di trasmissione della cultura tanto quanto può esserlo la TV o la carta stampata, semplicemente troppi adulti non sanno usarla e quindi non capiscono assolutamente cosa ci facciano i loro figli online.
Per le alternative ci vuole la password
Le alternative ci sono, ce ne sono tante e non sono mai state così facilmente alla portata di tutti, ma paradossalmente proprio nell’era della comunicazione le alternative all’appiattimento globalizzato sono di difficilissimo accesso, sono codificate per un pubblico di nicchia. Inutile dire ai giovani che le alternative al bar e alla discoteca sono accessibili a tutti perché non è vero, e per avere la password per divertirsi e per utilizzare il proprio tempo in modo costruttivo bisogna far parte di una cerchia minoritaria e andare controcorrente. Se si ha la straordinaria fortuna di nascere o finire per caso in una di quelle nicchie alternative dove non ci si accontenta di vivere nel pollaio ma si guarda con interesse l’aquila che vola in alto, allora le opportunità straordinarie a portata di mano o di click del mouse diventano pane quotidiano, il bisogno identitario e di appartenenza si giocheranno all’insegna della scoperta del bello e del senso delle cose, la speranza diventerà una categoria corrente. Sono purtroppo esperienze di nicchia che indicano una strada che il pensiero dominante non vuole percorrere.
Ma ogni tanto ci sono fenomeni di grossa portata che sembrano davvero sovvertire ogni previsione.
Vale la pena in questo senso ricordare il fascino incredibile che Papa Giovanni Paolo II esercitava su milioni di giovani negli ultimi anni della sua vita, quando anziano, ammalato e tremante, invitava con voce quasi incomprensibile la gioventù a vivere “eroicamente” indicando una verità assoluta: quell’uomo perdente secondo tutti i modelli oggi vincenti era guardato da milioni di giovani di ogni angolo del pianeta come un padre. Dove “padre” significa colui che definisce il figlio nella sua identità e lo sostiene nel suo cammino alla ricerca della risposta alle domande “Chi sono? Da dove vengo? Dove vado? Perché esisto?”

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